L’amore è una fallacia

Il racconto che segue si intitola “Love is a fallacy” ed è di M. Schulman.

Il protagonista è uno studente pronto, calcolatore, perspicace, acuto e astuto. Abile e logico com’era, fu per lui un gioco convincere Peter, il suo condizionabile compagno di camera, a cedergli la sua ragazza, di cui si era invaghito, proponendogli uno scambio con un sontuoso pellicciotto tornato di gran moda.
I primi appuntamenti con Polly, la ex morosa di Peter -bella e deliziosa; intelligente no -furono di studio: voleva capire quanto doveva impegnarsi per portarla ad un accettabile livello culturale.

Sentiamo come andò dalla viva voce del nostro giovane, ma logicamente superdotato, spasimante.

(Leggete fino alla fine, non ve ne pentirete!)

«Stasera vorrei parlarti, Polly»
«Parlare di che?»
«Di logica».
«Magnifico», disse Polly dopo averci pensato un minuto.
«La logica – dissi schiarendomi la voce – è la scienza del pensare. Per pensare correttamente, dobbiamo prima imparare a riconoscere le comuni fallacie logiche. Cominciamo con quella che va sotto il nome di dictio simpliciter. Per esempio: allenarsi fa bene; quindi tutti dovrebbero allenarsi».
«Sono d’accordo, fa senz’altro bene».
«Polly – le dissi gentilmente – l’argomento è una fallacia. Allenarsi fa bene è una generalizzazione assoluta. Se sei malato di cuore, allenarsi non fa bene. A molti il medico prescrive infatti di non fare sforzi. Bisogna precisare le condizioni alle quali l’allenarsi fa bene. Si deve dire che allenarsi di norma fa bene oppure che fa bene alla maggior parte delle persone. Altrimenti si commette una fallacia di dicto simpliciter. E’ chiaro?»
«No, ma è affascinante. Continua, continua».
«Prendiamo allora la generalizzazione indebita. Io non so parlare francese, tu non sai parlare francese, Peter non sa parlare francese. Se ne deve concludere che nessuno del nostro campus universitario sa parlare francese».
«Nessuno, davvero?»
«Polly, è una fallacia! Sono troppo pochi i casi per giustificare la conclusione».
«Conosci altre fallacie? E’ addirittura più divertente che andare a ballare».
«Prendiamo la post hoc. Senti un po’: non invitare Bill alla gita. Ogni volta che viene con noi, piove».
«Ah, ne conosco anch’io una tale e quale. Si chiama Eulalia. Ogni volta che la invitiamo, infallibilmente…»
«Polly, Eulalia non causa la pioggia. Lei non ha nessuna relazione con la pioggia. Pecchi di post hoc ogni volta che la accusi di questo».
«Non lo farò più, te lo giuro. Sei arrabbiato con me? Dimmene ancora di queste fallacie».
«Vediamo le premesse contraddittorie. Eccone un caso. Se Dio è onnipotente, può creare un masso così pesante da non riuscire a sollevarlo?»
«Certo».
«Ma se può fare tutto, può anche sollevarlo, o no?»
«Sono confusa».
«E’ naturale. Quando le premesse di un argomento si contraddicono, non ci può essere argomento. Se c’è una forza irresistibile, non ci può essere un oggetto inamovibile. Se c’è un oggetto inamovibile, non ci può essere una forza irresistibile. Capisci?»
Consultai l’orologio; si era fatto tardi e lei sembrava una testa a prova di logica. Il progetto pareva destinato al fallimento. Ma valutai che se avevo perso una sera, potevo sprecarne un’altra. Chi sa mai? Può darsi che nel fondo del cratere estinto del suo animo qualche brace covasse ancora.
La sera seguente, seduti sotto una quercia, la intrattenni sulla fallacia chiamata ad misericordiam, quella che commette un aspirante ad un posto di lavoro, il quale, alla domanda circa le sue qualifiche, risponde che ha moglie, sei bambini a casa, senza niente da mangiare, senza vestiti, senza scarpe, privi di letto per dormire, finito il gas per scaldarsi e l’inverno è alle porte.
«Oh, è terribile, davvero terribile. Mi viene da piangere. Hai un fazzoletto?»
«Sì è tragico, ma non è un argomento. Ha fatto solo appello al buon cuore, non ha dato nessuna risposta a quanto gli si chiedeva. Questa di chiama fallacia ad misericordiam».
«Asciugati le lacrime e senti quest’altra. Ti parlerò della falsa analogia. Eccone un esempio. Agli studenti dovrebbe essere consentito usare i libri di testo durante gli esami. In fondo i medici, gli avvocati, i muratori non hanno tutti i loro testi, i loro codici o i loro progetti che possono consultare durante il lavoro?»
«Questa è, credo, l’idea più brillante che abbia mai sentito», esclamò entusiasta Polly.
«Polly, il ragionamento è tutto sballato. I medici, gli avvocati e i carpentieri non consultano i testi per vedere quanto hanno imparato. Le situazioni sono completamente diverse e non si può fare una analogia tra la prima e le seconde».
«Resto cmq convinta che sarebbe una buona idea» disse Polly.
Esasperato, le proposi tuttavia il caso dell’ ipotesi dell’irrealtà, illustrandola con questo esempio: se madame Curie non avesse lasciato una lastra fotografica in un cassetto con un pezzo di pechblenda, il mondo non avrebbe conosciuto il radio.
«E’ vero, ho visto anche un film che raccontava la storia».
«Ti faccio notare che madame Curie avrebbe potuto scoprirlo in seguito. Avrebbe potuto scoprirlo qualcun altro. Chissà quante cose avrebbero potuto succedere. Non si può partire da un’ipotesi che non è vera e ricavarne qualche conclusione che sia giustificata».
«E vediamo l’ultima, proprio l’ultima, perché c’è un limite alla capacità di tolleranza. Si chiama avvelenare la sorgente. Due individui cominciano una discussione. Il primo esordisce dicendo: “Il mio avversario è notoriamente un mentitore. Non si creda ad una parola di quello che dirà…” Ora, Polly, pensa, pensa intensamente, che cosa non va bene in questo discorso?»
«Non è bello. Non è per niente bello. Che possibilità ha il secondo se il primo lo chiama bugiardo prima ancora che inizi a parlare?»
«Giusto. Il primo individuo ha avvelenato la sorgente prima che qualcuno vi potesse bere. Ha tagliato le gambe al suo concorrente prima della partenza. Sono fiero di te Polly. Vedi che non è poi così tanto difficile. Basta concentrarsi: pensare, esaminare, valutare».
Finalmente vedevo uno sprazzo di luce, un bagliore di intelligenza. Mi occorsero notti, ma ne valse la pena. Avevo fatto di Polly una donna logica. Le avevo insegnato a pensare. Il mio compito era stato assolto. E lei era pronta a diventare una moglie giusta per me, una signora perfetta per la mia casa e una madre per i miei figli. Era giunto il momento di passare dalla fase accademica a quella romantica. L’amavo come Pigmalione ama la donna perfetta che aveva forgiato. Decisi di dichiararmi.
«Polly, stasera non discuteremo di fallacie».
«Ah, no?» disse lei, amareggiata.
«Mia cara, abbiamo trascorso cinque sere assieme. Siamo stati splendidamente bene. E’ chiaro che siamo fatti l’uno per l’altra».
«Generalizzazione affrettata» disse Polly raggiante.
«Chiedo scusa» dissi io.
«Generalizzazione affrettata e indebita» ripetè. «Come fai a dire che siamo fatti l’uno per l’altra sulla base di soli cinque incontri?»
Annuii divertito. La cara ragazza aveva assimilato bene le lezioni. «Mia cara, cinque volte son più che sufficienti. Sel resto, non devi mangiare tutta la torta per sapere se è buona».
«Falsa analogia» replicò prontamente. «Io non sono una torta; sono una ragazza».
Annuii un po’ meno divertito. Anche troppo bene aveva imparato la lezione, la ragazza. Decidi di cambiare tattica. Ovviamente il migliore approccio era una semplice, netta, diretta dichiarazione d’amore. Mi fermai un istante mentre la mia massa cerebrale elaborava le parole giuste.
«Polly, ti amo. Tu per me sei tutto il mondo, e la luna e le stelle e le costellazioni. Ti prego, dimmi che vuoi stare con me, perché se mi dici che non mi vuoi, la vita per me non avrà più senso. Vagherò sulla faccia della terra, come un derelitto, vuoto e senza meta».
«Ad misericordiam» disse Polly.
Strinsi mani e denti. Non ero Pigmalione; ero Frankenstein, e il mostro mi teneva per la gola. Dovevo controllare il panico, mantenermi calmo a tutti i costi.
«Bene, Polly» dissi forzando un sorriso. «Hai certamente imparato bene le fallacie. Ma chi te le ha insegnate le fallacie, Polly?»
«Tu me le hai insegnate».
«Brava. Quindi tu mi devi qualcosa, vero? Se non fossi venuto con te non avresti mai imparato tutte queste cose».
«Ipotesi dell’irrealtà» disse lei prontamente.
Feci un bel respiro profondo. «Polly, non devi prendere tutto ciò troppo alla lettera. Queste sono cose da scuola. Sai che le cose che si imparano in classe non hanno niente a che fare con la vita».
«Dictio simpliciter» disse lei, agitando il suo ditino davanti a me.
Proprio così fece. Andai su tutte le furie. «Ma insomma, vuoi o non vuoi metterti con me?»
«No, non voglio».
«Perché no?» chiesi.
«Perché oggi ho promesso a Peter che mi sarei messa con lui».
Questa era davvero troppo. Dopo che lui me l’aveva promesso, dopo che aveva fatto un affare, dopo che mi aveva stretto la mano!
«Canaglia!» esplosi. «Non puoi andare con lui. E’ un bugiardo. E’ un imbroglione. E’ un verme».
«Avvelenare la sorgente» disse Polly «E piantala di urlare. Penso che anche urlare sia fallace».
Con uno sforzo enorme di volontà cercai di modulare la mia voce. «Bene» dissi. «Tu sei una persona logica. Guardiamo allora logicamente alla faccenda. Come fai a scegliere Peter al posto mio? Guarda me: uno studente brillante, un fantastico intellettuale, un uomo con un futuro assicurato. Guarda Peter: uno senza arte né parte, che non si sa dove mangerà domani. Puoi darmi una sola ragione logica per stare con lui?»
«Certo che posso» dichiarò Polly. «…Possiede una magnifica pelliccia!».

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