Come va?

Vari amici mi chiedono: “come va? ti diverti o ti annoi lì a Bali?”.

Non è facile rispondere. Non mi annoio nel senso negativo del termine, e non mi sto divertendo per come comunemente intendiamo il divertimento (quando ridi come un matto per tutta la sera).

Ma in senso positivo, sto sperimentando il diverso (quindi tecnicamente mi sto “divertendo“) e contemporaneamente vivo una piacevole inazione che assomiglia alla noia…

Sto qui, semplicemente, cercando di capire cosa succede e di afferrare i livelli diversi di realtà che si offrono alla mia percezione (se ce ne sono!) senza pensare di riuscire a comprenderli ora, ma semplicemente cercando di rispettarli, accoglierli.

Detto così suona un po’ vago e magari vuoto, cerco di spiegarne la concretezza con un esempio.

Dopo la parentesi trascorsa alle isole Gili (isole coralline di sabbia bianca) e Lombok (isolona grande come Bali e vulcanica come questa, lontana circa 6 ore di barca o 30 minuti di aereo), le emozioni che mi ha dato il ritorno a Ubud sono molto diverse da quelle che la stessa Ubud mi ha dato quando sono arrivato il primo giorno.

La realtà si percepisce dalle differenze rispetto all’abitudine; quando sono arrivato a Ubud la prima volta, avevo negli occhi il nostro mondo, pertanto ho visto le buche, i venditori petulanti, e un sacco di minuscoli cestini quadrati di foglie di banano, contenenti minuziose composizioni di riso, fiori e frutta, che avevo letto essere offerte votive agli dei: sono dappertutto, principalmente per terra, e sono messi li’ apposta, con estrema cura e una precisa preghiera, per essere… calpestate dai passanti e dai veicoli: nel loro deperimento i balinesi vedono infatti l’accettazione degli dei.

Cibo, foglie e fiori calpestati e rinsecchiti, per noi sono spazzatura, quindi vedevo sostanzialmente spazzatura ovunque. Anche se sapevo che non era “sporcizia” nel nostro senso del termine. Strade troppo strette, senza case medievali come le nostre a giustificarle, e davvero troppo incasinate.

Poi sono andato alle Gili. Li’ non ci sono mezzi di trasp a motore, solo bici carretto a cavallo e piedi. Strada di terra battuta, che quando piove diventa fango. Tornando a Lombok mi sembrava di essere tornato alla stessa realtà che avevo lasciato qui a Bali: di nuovo traffico casino ambulanti puzza buche sporco, ecc.

Al ritorno qui, direttamente da Lombok, mi hanno inaspettatamente colpito cose che prima non avevo visto:

-strade e angoli già familiari: una sensazione dolce che prima non avevo ovviamente provato

-profumo, rispetto alla puzza di lombok che ricorda quella dei paesi arabi. Qui l’odore è un profumo di fiori e spezie, ovunque.

-rispetto a lombok, molte meno buche, che quasi non vedevo più (come non vedrò più, speriamo, quelle di bologna, finchè avrò negli occhi queste).

-più sorrisi, più gentilezza e serenità

-le offerte di fiori frutta e riso agli Dei colorano la strada, il marciapiede, tutto. Lo abbelliscono, come i canditi nella cassata siciliana. Da spazzatura, è diventata spiritualità, ma ancor più colore.

Il clima è più fresco, la gente è più serena e sorridente. E stanotte, pur avendo una stanza con aria condizionata, non l’ho accesa.

Poi ho preso il motorino e ho fatto un bellissimo giro per le colline lussureggianti, con queste risaie indescrivibili, la gente che le coltiva, i bambini che giocano, gli adulti con gli aquiloni, tutti sti uomini e donne che lavorano in posti assurdi (per terra in quelli che sembrano garage senza pavimento) ma con un loro decoro che inizio a intravedere, e soprattutto lo fanno operosamente e serenamente, percependo una paga di circa 50 euro al mese.

Qui non hanno ancora inventato lo stress, ma riescono a essere comunque onesti e sostanzialmente affidabili, e questo mi scalda il cuore. La stretta di mano è un contratto (tranne che per i tassisti).

Ti insegnano la gentilezza con l’esempio.

Poi ci sono i turisti occidentali che corrono, troppo occupati nel loro fitto programma di visite e shopping in mercatini su misura per loro, per percepire le cose che secondo me sono le più importanti di un luogo così diverso.

Poi ci sono i tanti espatriati occidentali, quasi tutti conquistati dal gioco della lentezza e della gentilezza. Ne ho già incontrati 6, me li vado a cercare apposta: si percepisce sin dai primi minuti che stanno bene. Chi se n’è andato dall’Australia l’ha fatto per dare più valore al suo denaro. I newyorkesi e gli europei anche per sfuggire allo stress. Gli olandesi oltre a quei motivi cercavano il sole, inoltre a Bali, in quanto ex colonia, ci ritrovano molta roba familiare. Gli italiani, oltre a tutti questi motivi (esclusa solo la ex colonia), desideravano un paese con leggi e tasse non soffocanti per le imprese, soprattutto in merito alla legislazione sul lavoro.

C’è qualcosa che possiamo imparare e portare anche da noi, o bisogna trasferirsi qui per stare meglio? E’ troppo presto per rispondere a questa domanda e trarre delle somme; sto sperimentando che un posto ti parla solo se riesci a far silenzio, se stacchi il cervello e ti abbandoni, senza fretta, solo se non lo etichetti e non lo giudichi, ma tenti solo di viverlo, quasi di annoiarti, guardandolo, anche a occhi chiusi, provando a imitarlo nei gesti. Il che è contro la nostra abitudine, e quindi è un’esercizio da provare e riprovare, come lo è la meditazione.

Sono tornato nello stesso posto di prima, in uno dei tanti resort “privati”, dove hai una casina cielo-terra con dentro solo la tua stanza e il bagno, e fuori un graziosissimo patio. Il tutto è dentro al recinto familiare, dove c’è la famiglia che vive in modo tradizionale (cioè dorme su una piattaforma di bamboo rialzata da terra con sopra un gazebo con tetto di paglia, e vive in una specie di capanno degli attrezzi senza pareti, dove tengono e usano tutto: i fornelli, la lavatrice, l’asse da stiro, un water di ricambio, la doccia, gli attrezzi per lavorare la terra originali del periodo coloniale olandese e un computer con il mouse lampeggiante a 36 colori e due schermi flat).

Un tipo sta sbattendo un lungo pestello di legno in un mortaio di pietra appoggiato a terra, in modo indefesso e costante da circa 40 minuti, dei bimbi giocano urlando, operai smartellano costantemente a sinistra, un altro a destra usa instancabilmente una fresa facendo un costante rumore metallico, l’altro spazza ricurvo con una rumorosa scopa di saggina senza manico, per raccogliere delle foglie di banano dal prato. Le foglie saranno una ventina in tutto, ma lui spazza ciascuna 18 volte per riuscire a infilarla nella paletta. Ero tentato di andare a raccoglierle a mano in 1 minuto, ma temo lo offenderei, forse le foglie di banano hanno una loro sacralità, vanno forse raccolte per forza con la scopa di saggina mettendoci almeno mezzora. Va bene così.

I galletti chicchiriccheggiano a ritmo regolare, sembra di stare continuamente all’alba.

Ognuno di questi rumori, tempo fa, mi avrebbe dato un tale fastidio da dovermi far spostare altrove. Ho sempre odiato i rumori ripetitivi.

Invece qui, quasi senza sforzo, me lo sto facendo scorrere addosso. Mi sembra di stare in un’aia, dove uomini e animali sbrigano le loro attività. Ognuno fa sempre lo stesso rumore, con piccole interessanti variazioni, ma percepito nel suo insieme è una specie di strano concerto cacofonico.

Da un lato rimpiango un po’ il silenzio di pieve del pino. Ma del resto sono venuto qui per non vedere l’ora di tornare da noi, questo ce l’avevo molto chiaro da prima di partire. Quindi va davvero bene così.

Tanto, se anche mi spostassi, temo troverei gli stessi rumori o peggio.

Adesso sono qui e voglio vivere sto posto qui.

Da un primo livello percettivo superficiale mi sono spostato a un secondo livello, con lo spostamento bali-lombok-bali: non so quanti altri livelli ci possano essere, quindi aspetto e basta. Va bene così.

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